Obbligo contributivo ENASARCO per agenti operanti all’estero

Cover di Obbligo contributivo ENASARCO per agenti operanti all’estero

Recentemente la Sezione Lavoro del Tribunale di Roma è tornata ad occuparsi della annosa questione afferente agli agenti di commercio che svolgono la propria attività all’estero nell’interesse di Società Italiane. La domanda alla quale la magistratura romana è stata nuovamente chiamata a rispondere è la seguente: relativamente a questi soggetti sussiste o meno l’obbligo di versare i contributi alla Fondazione Enasarco, Ente previdenziale degli agenti e rappresentanti di commercio?


Questo il fatto.

Nel mese di Gennaio del 2019 la Fondazione ha ottenuto dalla Sezione Lavoro del Tribunale di Roma una ingiunzione di pagamento nei confronti di una Società operante nel settore del commercio al dettaglio di mobili in quanto, secondo la tesi della ricorrente, quest’ultima non avrebbe versato i contributi in relazione ai propri agenti operanti sì al di fuori dell’Italia e della Unione Europea, ma tutti con sede e interessi in Italia, luogo in cui, tra l’altro, tenevano conservata la propria documentazione contabile e fiscale.

La Società ha opposto il decreto ingiuntivo ritenendo questi ultimi criteri del tutto secondari e comunque assorbiti dalla previsione contenuta nell’attuale Regolamento delle Attività Istituzionali Enasarco, approvato dal Consiglio di Amministrazione in data 30.12.2003 e in vigore dal 1.1.2004, il quale all’art.2, comma 1, stabilisce che «Sono obbligatoriamente iscritti al Fondo di previdenza della Fondazione tutti i soggetti di cui al precedente ART. 1 (ossia i soggetti riconducibili alle fattispecie di cui agli artt. 1742 e 1752 del codice civile n.d.a.) che operino sul territorio nazionale in nome e per conto di preponenti italiani o di preponenti stranieri che abbiano la sede o una qualsiasi dipendenza in Italia”. Dunque, per l’opponente la circostanza che tutte le Società, tra le quali tra l’altro alcune qualificabili come meri procacciatori di affari e non già agenti di commercio, avessero svolto la propria attività nell’interesse della committente esclusivamente all’estero, era la condizione sufficiente per ritenere non operante nella fattispecie l’obbligo contributivo.


La decisione del Giudice.

Con sentenza n. 6624/2020 resa in data 21.10.2020 il Tribunale di Roma ha accolto l’opposizione e revocato il decreto ingiuntivo condannando altresì la Fondazione Enasarco al pagamento delle spese di lite.

In merito all’insussistenza dell’obbligo contributivo il Giudice ha rilevato che il Regolamento per le Attività Istituzionali Enasarco, in vigore dal 2004, ha ristretto l’ambito dei soggetti tenuti all’iscrizione rispetto alla precedente l. n. 12 del 1973, che invece, all’art. 5 comma 1, prevedeva questo obbligo anche «per gli agenti e i rappresentanti di commercio italiani che operano all’estero nell’interesse di preponenti italiani». Non sussistendo più l’obbligo per gli agenti e i rappresentanti operanti all’estero, occorre dunque avere riguardo alla normativa europea e il Regolamento CE n. 883/2004 del 29.4.2004 art. 13, par. 2 e il Regolamento CE n. 987/2009 del 16.9.2009, art. 14, par. 8, portano a ritenere – secondo la condivisibile tesi del Tribunale romano - che l’attività autonoma svolta da un agente di commercio italiano all’estero non si possa considerare soggetta ad imposizione contributiva in Italia a meno che non sia previsto diversamente da accordi internazionali o che l’agente svolga in Italia la parte sostanziale della propria attività o che vi abbia il proprio centro di interessi. Tuttavia nel caso in esame, la Società opponente ha fornito documentazione idonea per ritenere che gli incarichi conferiti agli agenti riguardassero esclusivamente Paesi extra UE e anche le fatture prodotte riguardavano solo clienti esteri. Di contro, la Fondazione Enasarco non ha dato prova della presenza effettiva di attività in Italia, non essendo sufficiente la collocazione della sede legale in Italia a determinare il centro principale di interessi.


In conclusione, il Tribunale Romano ha ribadito il concetto secondo cui sono tenuti ai versamenti in Enasarco esclusivamente i soggetti che svolgono attività entro i confini nazionali, come è giusto che sia, altrimenti si potrebbero creare delle situazioni di contrasto tra normative interne che condurrebbero a doppie imposizioni in assenza di accordi bilaterali tra gli Stati per regolamentare, sulla base del principio di reciprocità, la propria sovranità tributaria.

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