Il giudizio abbreviato nell'ordinamento penale albanese

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Brevi riflessioni sulla modifica dell’imputazione nel corso del giudizio abbreviato nell’ordinamento penale albanese


1.    Il giudizio abbreviato nell’ordinamento albanese.


Il giudizio abbreviato è un procedimento speciale disciplinato per la prima volta nell’ordinamento albanese ad opera del c.p.p.a. del 1995. La sua configurazione è stata mutuata dal modello italiano come risulta evidente dalle contiguità con l’omologo istituto disciplinato nel codice di procedura penale italiano del 1988.


Se volessimo fornire una definizione del giudizio abbreviato disciplinato nell’ordinamento albanese dovremmo dire che si tratta di un procedimento speciale che si fonda sulla scelta volontaria dell’imputato di essere giudicato allo stato degli atti, sulla base dei soli atti raccolti dalla pubblica accusa nella fase delle indagini preliminari e senza alcuna possibilità di integrazione probatoria, con la contemporanea rinuncia ad un aspetto fondamentale del giusto processo consistente nella formazione della prova in contraddittorio, in cambio del beneficio dello sconto di un terzo della pena in caso di condanna[1].


La facoltà di richiedere il rito sommario spetta all’imputato, quale atto personale dello stesso, e al suo difensore munito di procura speciale, ai sensi dell’art. 403 comma 1 c.p.p.a.[2]. Sebbene il diritto di richiedere il giudizio abbreviato rientri tra i menzionati atti nella disposizione esclusiva dell’imputato, il difensore è legittimato alla richiesta laddove l’imputato lo deleghi espressamente. Tale delega può avvenire con una procura speciale che individui il difensore e lo legittimi alla richiesta. Se nella procura non è indicata la legittimazione a richiedere il rito abbreviato, così come del resto anche nel caso della nomina di un difensore d’ufficio o di un difensore incaricato dalla famiglia, l’imputato, con un atto cosiddetto di rappresentanza allegato alla procura, può autorizzare il difensore a farne richiesta[3].


Il c.p.p.a. prevede la possibilità di richiedere il rito abbreviato nell’udienza preliminare o, eccezionalmente in dibattimento in caso di giudizio direttissimo o decreto penale. Il codice non dispone particolari forme per la presentazione della richiesta; prevede soltanto che l’imputato e il suo difensore possano presentare richiesta scritta presso la cancelleria, o proporre istanza orale direttamente nell’udienza preliminare[4].


Diversamente che in quello ordinario, in tale rito manca la fase dell’acquisizione delle prove e delle richieste collegate alla loro eventuale invalidità. Il giudice, sulla base degli atti contenuti nel fascicolo della pubblica accusa, valuta se, allo stato degli atti[5], è in grado di emettere una decisione nel merito. All’organo giudicante non è consentito acquisire nuove prove, né d’ufficio né su richiesta di parte, perché il modello albanese di giudizio abbreviato si fonda su un modello a cosiddetta prova bloccata. Se in seguito all’ammissione del rito, il giudice si accorge dell’impossibilità di emettere una decisione allo stato degli atti, revoca d’ufficio l’ordinanza e procede con rito ordinario.


Allo stesso tempo il giudice controlla anche la sussistenza dell’esatta qualificazione giuridica del fatto di reato[6]. In mancanza di questi presupposti, vale a dire la decidibilità allo stato degli atti e la corretta qualificazione giuridica del fatto, la corte rigetta la richiesta e procede con rito ordinario. Avverso la decisione contenuta nell’ordinanza di rigetto, l’imputato può proporre appello[7] con l’atto di impugnazione della sentenza conclusiva.


Laddove le parti abbiano delle pretese in relazione all’invalidità degli atti, sia che si tratti di invalidità assoluta sia che si tratti di invalidità relativa, la corte è tenuta a revocare l’ordinanza di ammissione del giudizio abbreviato e ordinare la continuazione del giudizio nelle forme del rito ordinario[8].


Per quanto concerne il ruolo dell’organo dell’accusa in questo procedimento speciale, possiamo affermare che il suo consenso non è vincolante. Il giudice richiede semplicemente il parere sulla richiesta presentata dall’imputato o dal suo difensore. Il consenso, o il parere negativo del pubblico ministero, dunque, non costituiscono un elemento vincolante ai fini della decisione della corte sull’ammissibilità della richiesta[9]. Ciò da ragione del fatto che il pubblico ministero ha il potere di proporre appello contro l’ordinanza di ammissione del rito abbreviato; tuttavia tale appello può essere presentato solo insieme all’appello contro la sentenza finale che decide nel merito[10].


Il giudice, dopo l’ammissione della richiesta e sentite le conclusioni delle parti, nella sentenza conclusiva può emettere un provvedimento che può essere di assoluzione o di condanna. Se siamo di fronte ad un giudizio di colpevolezza, nella sentenza il giudice determina la specie e il quantum di pena per quel reato e, successivamente, applica lo sconto di un terzo. Quando l’imputato è condannato per più fatti di reato, prima si procede all’individuazione della pena per ciascuno di essi in base all’art. 55 del c.p.a. e poi, dal totale di pena, si effettua la diminuzione di un terzo.


Per quanto concerne l’ambito di applicazione materiale dell’istituto, c’è stata una evoluzione della legislazione processuale penale albanese proprio in relazione a tale aspetto[11]. La riforma 2017 è intervenuta sul punto limitando l’applicazione di tale rito speciale ai soli fatti di reato per i quali non sia prevista, in astratto, la pena dell’ergastolo. Il procedimento abbreviato, attualmente, è escluso possa operare per quei reati caratterizzati da un elevato allarme sociale.


Il mutamento della qualificazione giuridica del fatto di reato è stato disciplinato per la prima volta, nel codice di procedura penale albanese del 1995[12] all’art. 375[13]. Questa disposizione prevede il potere del giudice di attribuire al fatto[14] una diversa qualificazione giuridica, più grave o più lieve[15] di quella attribuita dall’organo dell’accusa, a condizione che il nuovo titolo rientri nella competenza giurisdizionale di quel giudice[16]. Questo potere del giudice è riveniente dalla sua stessa funzione di ius dicere in conformità alla legge[17].



2.    Elaborazione giurisprudenziale ed interventi del legislatore in materia di modifica del titolo di reato.


L’art. 375 c.p.p.a. ci consente di evidenziare alcuni elementi che devono essere tenuti presenti in caso di modifica della qualificazione giuridica del fatto penale[18]. La modifica del titolo può avvenire solo dopo la chiusura dell’istruttoria dibattimentale quando il giudice si ritira per emettere la decisione. Conseguentemente, l’atto procedimentale con cui il giudice opera il mutamento del titolo è la sentenza conclusiva del grado di giudizio[19]. Questa disposizione risale alla modifica dell’art. 375 c.p.p.a., ad opera del legislatore nel 2002[20]. Prima di questo intervento, la modifica del titolo da parte dell’organo giudicante poteva essere fatta in due distinti momenti procedimentali. Se il giudice durante il giudizio constatava che la qualificazione giuridica del fatto non era esatta, con ordinanza modificava il titolo e lo notificava alle parti. Qualora tale constatazione si verificasse dopo la chiusura del dibattimento quando il giudice si fosse già ritirato in camera di consiglio, l’organo giudicante era tenuto a riaprire il dibattimento ed effettuare le notifiche alle parti in modo tale da poter ascoltare le loro richieste[21]. Il giudice, quindi, poteva operare il mutamento del titolo mediante due atti, l’ordinanza oppure la sentenza conclusiva del grado a seconda della fase procedimentale in cui la necessità del mutamento del titolo emergeva, rispettando l’obbligo posto dall’art. 375 c.p.p.a. di notificare alle parti la modifica del titolo in qualunque fase del procedimento.    


L’intervento del legislatore del 2002 ha rimosso dal testo dell’art. 375 c.p.p.a. l’inciso «notificandolo alle parti». In tal modo è stato eliminato l’obbligo del giudice di notificare alle parti l’avvenuta modifica del titolo di reato. Tale modifica fu oggetto dell’intervento della Corte costituzionale albanese per violazione del diritto all’equo processo in quanto l’imputato ha diritto di essere messo a conoscenza della modifica del titolo del reato che gli è stato addebitato e di usufruire di un termine adeguato per preparare la sua difesa[22].


Secondo la Corte, il giudice «non è un organo d’accusa, non può formulare accuse e neppure modificarle, bensì sulla base del fatto sottopostogli può operare l’esatta qualificazione giuridica attribuendo al fatto penale un titolo diverso»[23]. La posizione dell’imputato non si aggrava «anche quando il titolo modificato risulta più grave perché l’aggravamento della posizione è valutata in rapporto al grado più alto di giudizio»[24]; si tratta del principio del divieto di reformatio in peius[25]. In tal modo, il giudice, indipendentemente dall’addebito formulato dal pubblico ministero, deve attribuire al fatto l’esatta qualificazione giuridica, sia essa più grave o più lieve. La Corte è andata anche oltre, sottolineando che dopo la modifica dell’art. 375 c.p.p.a., non esisteva più alcun obbligo del giudice di notificare alle parti sostenendo che l’atto processuale con cui il giudice può modificare il titolo di reato è la sentenza conclusiva[26] e che tale mutamento ha a che fare con la natura giuridica e non fattuale del reato[27].


Con la riforma del 2017 il legislatore ha inserito nel paragrafo secondo dell’art. 375[28] c.p.p.a., l’obbligo del giudice, quando in conclusione del dibattimento constata l’inesattezza della qualificazione giuridica operata dall’accusa, di notificare il mutamento del titolo alle parti e concedere un termine a difesa, solo se la qualificazione giuridica del fatto risulta più grave di quella formulata nell’imputazione. In tal modo il legislatore albanese ha operato una riforma che non si allinea alla precedente giurisprudenza costituzionale e che stabilisce che il giudice ha l’obbligo di effettuare la notifica alle parti quando opera una qualificazione del fatto più grave di quella fissata dall’accusa nell’imputazione dando loro la possibilità di difendersi anche presentando nuove prove[29].


La questione dell’applicabilità dell’art. 375 c.p.p.a. deve essere analizzata anche in riferimento all’instaurazione del giudizio abbreviato. L’ordinamento processuale penale albanese non prevede testualmente se il giudice, quando si procede con abbreviato, possa operare il mutamento del titolo di reato oppure no. La mancanza di una previsione espressa di questo tipo ha determinato discussioni sia in dottrina che in giurisprudenza.



3.    Orientamenti dottrinari e considerazioni finali.


La posizione della dottrina prevalente sta nel ritenere che nel momento in cui il giudice constata l’inesattezza della qualificazione giuridica operata dal pubblico ministero, ha il potere di modificare la qualificazione giuridica del fatto, indipendentemente dal tipo di procedimento con cui si sta procedendo, anche se si tratti di giudizio abbreviato[30].


Questa tesi è in contrasto con la giurisprudenza della Corte costituzionale albanese[31] la quale ha precisato che, in costanza di giudizio abbreviato, il giudice non può dare al fatto una qualificazione giuridica diversa da quella data dall’organo dell’accusa. Secondo la Corte il mutamento della qualificazione giuridica del fatto è incompatibile con la stessa natura del giudizio abbreviato[32]. Questa conclusione discende dal fatto che, in caso di abbreviato, il giudice che decide sull’istanza, oltre ai criteri menzionati sopra, verifica anche se la qualificazione giuridica del fatto operata dall’accusa sia corretta oppure no[33]. Se il giudice ha dubbi sulla correttezza della qualificazione giuridica[34], rigetta la richiesta di abbreviato e prosegue con procedimento ordinario. Tale mutamento comporterebbe la lesione del diritto ad un processo equo e ostacolerebbe l’imputato dall’esercitare una difesa effettiva[35].


L’argomento offerto dalla giurisprudenza costituzionale deve essere assunto con delle riserve, in quanto, sulla base di tale interpretazione, il giudice può ammettere il giudizio abbreviato solo se l’organo dell’accusa ha operato una corretta qualificazione giuridica del fatto.


Sebbene il codice di rito abbia circoscritto il ruolo dell’organo dell’accusa, rimuovendo il suo consenso per l’instaurazione del rito speciale, tramite questa interpretazione il pubblico ministero torna ad avere un ruolo decisivo; in effetti, se l’accusa non opera una qualificazione giuridica del fatto corretta, la richiesta di abbreviato deve essere rigettata determinando, così, la lesione del diritto dell’imputato ad essere giudicato allo stato degli atti e di poter beneficiare dello sconto di un terzo della pena. Ciò sminuisce il ruolo sia dell’imputato che del giudice in tale giudizio speciale e, rafforza il ruolo del pubblico ministero in evidente contrasto con l’intenzione del legislatore nella configurazione dell’istituto del giudizio abbreviato. Di conseguenza, il giudice nel momento in cui esamina la richiesta di abbreviato e nel momento in cui emette una decisione è condizionato dalla qualificazione giuridica del fatto operata dal pubblico ministero in violazione del principio della giustizia effettiva in quanto, la decisione del giudice deve basarsi esclusivamente sul proprio libero convincimento in relazione allo stato degli atti.


L’interpretazione della giurisprudenza costituzionale albanese si è focalizzata unicamente sul caso in cui il mutamento del titolo comporterebbe un aggravamento della posizione dell’imputato senza trattare i casi in cui il mutamento del titolo alleggerisce la sua posizione rispetto all’addebito fissato nell’imputazione dal pubblico ministero.


Si ritiene che, viste le condizioni poste con la modifica dell’articolo 375 c.p.p.a. per mezzo degli interventi legislativi del 2017, l’organo giudicante non debba subire limitazioni all’instaurazione del giudizio abbreviato. Il giudice dovrebbe avere la facoltà di modificare la qualificazione giuridica del fatto a condizione che, quando tale mutamento appesantisca la posizione dell’imputato, con un titolo di reato più grave, a quest’ultimo sia data la possibilità di preparare un’adeguata difesa rispetto alla nuova accusa, ai sensi dell’art. 376 te c.p.p.a. Così facendo si garantisce il diritto dell’imputato ad una difesa effettiva, nel rispetto dei canoni dell’equo processo, stabiliti in ambito nazionale ed europeo.





Note


[1] Cfr. C. cost., (alb) sent. 19 febbraio 2012, n. 4.


[2] L’art. 403 comma 1 del c.p.p.a prevede che, «l’istanza di procedere con il rito abbreviato viene presentata dall’imputato o dal suo difensore munito di procura speciale durante l’udienza preliminare oppure durante il dibattimento quando si procede ai sensi dell’art. 400 (giudizio direttissimo) e 406/ç, terzo paragrafo (decreto penale)».


[3] In tal senso si è espressa la giurisprudenza della Corte costituzionale, cfr. C. cost., (alb) sent. 20 dicembre 2005, n. 34. Sull’arg. si v., anche, C. sup., (alb) sez. pen.,18 febbraio 2004, n. 84; C. sup., (alb) sez. pen., 20 marzo 2013, n. 95.


[4] Prima della riforma processuale penale 2017, il c.p.p.a. prevedeva due forme di formulazione della richiesta del rito sommario: una scritta, presentata dall’imputato o dal difensore munito di procura speciale, presso la cancelleria del tribunale non più tardi di tre giorni dalla data stabilita per il dibattimento. In alternativa alla forma scritta, il legislatore ha previsto un’ulteriore modalità per cui l’imputato o il suo procuratore speciale, hanno diritto di proporre istanza anche oralmente.


[5] C. sup., (alb) sez. un., 29 gennaio 2001, n. 2, ha sottolineato che, «il giudizio abbreviato, in quanto rito speciale, si caratterizza per l’ammissione degli atti raccolti nel corso delle indagini preliminari ed evita l’assunzione e la valutazione delle prove nel dibattimento e il relativo contraddittorio. Il fascicolo delle indagini preliminari si trasforma nel fascicolo del giudice».


[6] La corte controlla la qualificazione giuridica del fatto di reato all’inizio, nel momento dell’esame della richiesta di abbreviato, a causa del fatto che nella sentenza conclusiva il giudice non ha il potere di operare la riqualificazione. Di seguito tratteremo la Giurisprudenza della Corte albanese in materia di riqualificazione giuridica del fatto di reato da parte del giudice sia nel procedimento ordinario che in quello abbreviato.


[7] In proposito si veda l’art. 406 comma 3 c.p.p.a., a norma del quale «Avverso la decisione emessa all’esito del rito abbreviato possono proporre appello il pubblico ministero e l’imputato».


[8] C. sup. (alb) sez. un., 29 gennaio 2003, n. 2.


[9] Ibidem.


[10] Ibidem.


[11] L’istituto del rito abbreviato, previsto per la prima volta nel c.p.p.a. del 1995, inizialmente non prevedeva alcun limite in ordine ai reati per i quali era applicabile. Tale rito poteva avere luogo con riferimento a qualsiasi reato, a prescindere dalla pericolosità sociale di questi o dalla misura delle pena prevista. Di conseguenza, in caso di rito abbreviato, si prevedeva la diminuzione della pena di un terzo per tutti i reati e la sostituzione dell’ergastolo con una pena di 25 anni di reclusione.



[12] Bisogna ribadire che nella legislazione processuale penale albanese del 1953 (legge n. 1650, del 30.03.1953 “Codice di procedura penale della Repubblica popolare d’Albania” e nel codice approvato nel 1979 (legge n. 6069, del 25.12.1979 “Codice di procedura penale della Repubblica popolare socialista d’Albania”) non era previsto tale istituto, bensì quello della modifica dell’imputazione.


[13] L’art. 375 c.p.p.a. prevede la possibilità di mutare la qualificazione giuridica del fatto di reato in base alla seguente disposizione, «1. Con la sentenza conclusiva il giudice può dare al fatto una qualificazione giuridica diversa da quella effettuata dal pubblico ministero, o dalla vittima in caso di querela, più lieve o più grave, a condizione che il reato rientri nella sua competenza. 2. Quando all’esito del giudizio il giudice ritiene che il fatto addebitato all’imputato potrebbe avere una qualificazione giuridica più grave di quella effettuata dal pubblico ministero o dalla vittima querelante, ne dà comunicazione alle parti e concede un termine alla difesa. Le parti hanno il diritto di presentare nuove prove. 3. Quando il processo si celebra in assenza dell’imputato, ai sensi dell’art. 352 di tale codice, la corte applica le regole sancite nei paragrafi 1 e 2».


[14] E. Bani, Ndryshimi i cilësimit juridik të veprës penale dhe e drejta për një proces të rregullt ligjor sipas KEDNJ (Modifica della qualificazione giuridica del reato e il diritto ad un equo processo secondo Cedu), in Aa.V.v., Jeta juridike (Vita giuridica), n. 2, Tirana, 2012, p. 13, secondo il quale, «la corte opera legittimamente la riqualificazione giuridica del fatto individuato nell’addebito formulato dal pubblico ministero, ma non esce al di fuori del fatto delineato dall’accusa né può riferirsi ad esso in modo differente da quanto ha fatto il pubblico ministero nell’addebito». In termini simili anche, C. sup., (alb.) sez. pen., 13 settembre 2006, n. 472.


[15] Secondo C. sup., (alb) sez. pen., 13 settembre 2006, n. 472, la corte potrebbe «qualificare il reato in maniera diversa dall’accusa a prescindere dal fatto che tale qualifica potrebbe risultare più grave per l’imputato».


[16] Secondo C. sup., (alb) sez. pen., 1 ottobre 2003, n. 502, ai sensi dell’art. 375 c.p.p.a., con il termine competenza si intende sia quella per materia che quella per territorio. Vi è solo una eccezione laddove la corte, in seguito alla riqualificazione giuridica del fatto, sebbene non risulti più competente, prosegue comunque il procedimento. Si tratta della fattispecie prevista nell’art. 5, comma 2 della legge “Sull’organizzazione ed il funzionamento della corte d’assise” n. 910, del 24.07.2003, dove si prevede che, «quando durante il processo ha luogo una riqualificazione del fatto e, in conseguenza di ciò, la corte non è più competente, il procedimento prosegue e si conclude con una sentenza di questa corte, secondo le disposizioni del codice di procedura penale». Sull’arg. si v., anche, C. sup., (alb.) sez. pen., 8 luglio 2009, n. 395; C. sup., (alb.) sez. pen., 21 maggio 2008, n. 22; C. sup., (alb.) sez. pen., 10 giugno 2009, n. 134.


[17] H. Islami, A. Hoxha, I. Panda, Procedura penale, Tirana, 2012 p. 563. Sull’arg., anche A. Belishta, Akuzat e reja në procesin penal. Problemet e lindura nga interpretimet teorike dhe praktika gjyqësore në lidhje me këto akuza (Le nuove fattispecie di reato nel processo penale. I problemi sorti in seguito all’interpretazione teorica e la prassi giurisprudenziale in relazione a queste fattispecie), in Jeta juridike (Vita giuridica), n. 3, Tirana, 2008 p. 37, «dall’interpretazione letterale, logica ma anche teleologica di questa disposizione risulta che, se la corte constata che il pubblico ministero non ha qualificato in maniera corretta la fattispecie di reato (...) essa (la corte) può modificare la qualificazione giuridica del reato, in piena aderenza con la valutazione dei fatti che sono addebitati all’imputato». In merito all’art. 375 del c.p.p.a. si sono sollevate questioni di legittimità costituzionale sulla base di un ragionamento secondo il quale garantendo alla corte un tale potere, ciò potrebbe portare ad una collisione tra le competenze dell’ organo giudicante e quelle dell’organo inquirente. Secondo la [C. cost., (alb.) sent. 30 luglio 1999, n. 50], «il potere riconosciuto alla corte in merito ad una riqualificazione del reato diversa da quella formulata dall’accusa non presenta profili di incostituzionalità (...). La corte non si arroga le competenze dell’accusa e nemmeno diventa organo inquirente ma applica soltanto la legge, suo compito funzionale (...). La corte, sulla base dei fatti a disposizione, formula la qualificazione corretta del fatto di reato, dandogli una diversa qualificazione. In questo modo la corte interpreta la legge, nel pieno dei propri poteri senza in alcun modo interferire con quelli del pubblico ministero».


[18] In merito alle problematiche relative alla modifica del titolo del reato, vedi anche le sentenze della Corte suprema, C. sup., (alb) sez.. pen., 1 ottobre 2003, n. 502; C. sup., (alb) sez. pen., 17 ottobre 2007, n. 644; C. sup., (alb) sez., pen., 16 luglio 2003, n. 432; C. sup., (alb) sez. pen., 8 ottobre 2008, n. 444.


[19] Il primo comma dell’art. 375 c.p.p.a., prevede che la corte, «attraverso la sentenza finale potrà dare una qualificazione giuridica al reato» diversa da quella operata dall’accusa o dalla vittima del reato, autore della querela. Quindi, il c.p.p.a prevede testualmente che l’unico strumento processuale a disposizione della corte per modificare la qualificazione giuridica del fatto è la sentenza conclusiva.


[20] L’art. 375 del c.p.p.a fu emendato con la legge n. 8813, del 13.06.2002, pubblicato nella gazzetta ufficiale n. 29/2002. Attraverso questa modifica fu eliminata, dalla disposizione in oggetto, l’espressione “notificando alle parti”.


[21] C. cost., (alb.) sent. 30 luglio 1999, n. 50.

 

[22] La questione di illegittimità costituzionale dell’art. 375 c.p.p.a., emendato con legge n. 8813, del 13.06.2002, è stata formulata e avanzata dal tribunale di primo grado di Mirditë, in quanto in contrasto con l’art. 31, lett. (a) e (b) della Costituzione che prevedono la notifica integrale dell’accusa nei confronti dell’imputato e la garanzia di un termine congruo per preparare una difesa effettiva.


[23] C. cost., (alb.) sent. 30 luglio 2003, n. 16.

 

[24] Ibidem.


[25] Con riguardo al principio della reformatio in peius, in giur. v., C. cost., (alb.) sent. 5 maggio 2006, n. 16; C. cost., (alb.) sent. 22 luglio 2008, n. 15; C. cost., (alb) sent. 15 aprile 2003, n. 13; C. sup., (alb) sez. un., 6 febbraio 2009, n. 2.


[26] C. cost., (alb.) sent. 30 luglio 2003, n. 24, secondo la quale, «la notifica della riqualificazione giuridica del reato alle parti, prima della sentenza definitiva, potrebbe creare sospetti ingiustificati su una presunto pregiudizio da parte della corte stessa, fatto che potrebbe configurare comportamenti costituzionalmente illegittimi in violazione del diritto fondamentale all’equo processo e all’imparzialità del giudice». Negli stessi termini anche, C. sup., (alb.) sez. pen., 23 luglio 2002, n 455, per cui «in merito alle pretese formulate ed in particolare, con riguardo alla riqualificazione giuridica del reato, la corte dispone soltanto nella sentenza definitiva. Ogni altra prassi contraria (...) costituisce compromissione del processo prima della sentenza definitiva». Si v. anche sentenza C. sup., (alb) sez. pen. 13 febbraio 2002, n. 112; C. sup., (alb.) sez. pen. 16 maggio 2001, n. 236.


[27] E. Bani, Ndryshimi i cilësimit juridik të veprës penale dhe e drejta për një proces të rregullt ligjor sipas KEDNJ, cit., p. 13.


[28] Quando a conclusione del processo la corte valuta che il reato contestato all’imputato potrebbe ricevere una riqualificazione giuridica più grave di quella formulata dal pubblico ministero, notifica alle parti tale eventualità concedendo un termine a difesa. Le parti hanno diritto di presentare nuove prove.


[29] L’aggiunta del secondo comma dell’art. 375 c.p.p.a.ha determinato anche la modifica dell’art. 376, che prima della riforma prevedeva il diritto dell’imputato di chiedere un termine a difesa solo nei casi di mutamento dell’imputazione (art. 372), di addebito di un fatto diverso (art. 373) e di addebito di un fatto nuovo (art.374). Con la riforma 2017, l’art. 376 è stato emendato con l’aggiunta della possibilità per l’imputato di chiedere un termine a difesa quando il giudice muti la qualificazione del fatto di reato addebitatogli.


[30] K. Ajazi, Diskutime proceduriale që lindin gjatë aplikimit të gjykimit të shkurtuar (Dibattito procedurale in seguito all’applicazione del giudizio abbreviato), in Mbi disa çështje të së drejtës penale dhe proceduriale penale (Su alcuni aspetti del diritto penale e processuale penale), n. 1, Tirana, 2010, p. 149-150. Negli stessi termini anche, H. Islami, A. Hoxha, I. Panda, Procedura penale, cit., p. 598; E. Bani, Ndryshimi, cit., p. 20. In giur., C. sup., (alb) sez. pen. 18 novembre 2006, n. 603, ha ribadito che, «come nei casi di altri procedimenti, anche nel caso del rito sommario la corte, ai sensi dell’art. 375 c.p.p.a., ha diritto di riqualificare giuridicamente il fatto nella sentenza conclusiva, a condizione che esso ricada sempre sotto la propria competenza». Secondo M. Haxhia, Gjykimi i shkurtuar (Il giudizio abbreviato), in Studime juridike (Studi giuridici), n. 2, Tirana, 2010, p. 208, la corte ha diritto di riqualificare giuridicamente il reato ma, in nessun caso, «dovrebbe riqualificare il reato in senso più grave rispetto all’accusa iniziale».


[31] C. cost., (alb.) sent. 10 febbraio 2012 n. 4; C. cost., (alb.) sent., 30 aprile 2012, n. 24.

 

[32] C. cost., (alb.) sent., 30 aprile 2012, n. 24, se alla corte fosse riconosciuta la facoltà della riqualificazione del reato anche a rito abbreviato instaurato, «tale istituto perderebbe qualsiasi fondamento costituzionale in ragione del fatto che l’imputato, rinunciando in maniera volontaria ad alcuni principi costituzionali quali il contraddittorio e la parità delle armi, sacrificherebbe i suoi diritti costituzionali non soltanto in assenza di benefici ma ricevendo addirittura una condanna più grave».


[33] C. cost., (alb) sent. 10 febbraio 2012 n. 4, la Corte costituzionale «ribadisce la sua posizione secondo la quale, durante il rito ordinario, è competenza esclusiva delle giurisdizioni ordinarie riqualificare giuridicamente il fatto; durante i riti speciali, e quindi anche nel caso del giudizio abbreviato, tale potere va esercitato in conformità alle caratteristiche peculiarie dello stesso ed, in particolare con il fatto che tale procedura richiede obbligatoriamente l’approvazione del giudice, (il quale) al momento dell’emissione della relativa ordinanza sull’ammissione o meno del giudizio abbreviato, deve decidere in conformità al principio dell’economia processuale e della giustizia effettiva. (...) Tra l’altro, dovrebbe prendere in considerazione anche la qualificazione giuridica del reato formulata dal pubblico ministero (...) se sorgono dei dubbi su tale qualificazione, questo elemento è sufficiente a rigettare l’istanza dell’imputato e proseguire con rito ordinario».


[34] La giurisprudenza costituzionale citata nel testo si riferisce al caso in cui il mutamento del titolo di reato si rivela sfavorevole per l’imputato, vale a dire quando la qualificazione giuridica del reato secondo il giudice, nel caso di valutazione dell’istanza di abbreviato, sia più grave di quella formulata dall’accusa.


[35] C. cost., (alb) sent., 30 aprile 2012, n. 24


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